Il teatro (del Cagnazzi) e la città – A. Cornacchia

Il teatro antico, quello greco in particolare, ci ha lasciato un patrimonio di storie, di situazioni, di idee che ci parlano ancora, dopo venticinque secoli. Si tratta di storie che “non avvennero mai, ma sono sempre” dirette Saturnino, il neoplatonico del IV sec. a.C., storie, cioè, che hanno ancora molto da dire e riflessioni da suggerirci. Queste storie, o meglio, miti, restano costitutivi della nostra civiltà occidentale e costituiscono ovviamente una parte importante degli studi nei Licei classici. Le opere teatrali classiche cui centro sono appunto i miti da vent’anni sono diventate l’obbiettivo di un’attività speciale del nostro Liceo classico, ma anche di molte altre scuole che ogni anno si avvicendano nella nostra Rassegna Internazionale di Teatro classico scolastico. Gli studenti che partecipano ad un laboratorio teatrale, non solo studiano le opere che hanno scelto di rappresentare, ma le fanno riesistere sulla scena e le offrono alle riflessioni dei compagni e della città. Sono venti anni che, nel nostro Liceo, i versi antichi prima confinati nelle pagine dei libri di scuola, prendono vita; la vicenda narrata da quei grandi tragediografi e commediografi in versi spesso difficili da tradurre si fanno davvero “dramma”, azione scenica, in un contesto simile a quello per cui era stata pensata duemilacinquecento anno prima. Col laboratorio teatrale si realizza un’iniziativa derivante dalla volontà e dall’entusiasmo di chi la promuove credendoci: un modo diverso di fare scuola, un esperienza faticosa ed esaltante quale è quella di dare vita a quello che si studia. I nostri studenti hanno il coraggio e la bravura di portare in scena la difficile drammaturgia del passato, anche se questa attività non si sostituisce certamente allo studio dei testi, ma vi si affianca, via via come strumento euristico alternativo, come mezzo per comprendere il testo antico dall’interno, il senso vero delle parole, delle battute, mettendone alla prova la pronunci abilità e l’efficacia scenica. Certo, la traduzione, l’analisi e l’esegesi del testo possono bastare a comprendere quel testo e il suo significato. Altra cosa è, però, dargli corpo in scena, dargli vita, lasciarlo emergere nel suo attuarsi drammatico, scoprirlo e renderlo compatibile con la situazione del laboratorio. Se è più lecito un solo esempio tratto dalla rappresentazione di qualche anno fa. Durante la prova dell’“Elena” di Euripide, una studentessa improvvisamente comprese da sola l’intonazione con cui aveva sino ad allora pronunciato una battuta,risultare fuori contesto. Il modo sfrontato con cui aveva detto fino a quel momento “sono perduta: ho trovato e subito perso il mio sposo” le apparse improvvisamente del tutto inadeguato alla situazione quale si stava sviluppando nell’interazione con Menelao. Quello e lo studio del testo, insomma, non aveva permesso ancora di interiorizzare, venire compreso al volo in situazione. Un risultato per nulla trascurabile nella sua apparente naturalezza ed emblematico della nostra attività teatrale, inteso all’intelligenza profonda dei testi antichi. Eppure, risultati del genere, costituiti della ragione d’essere di un laboratorio teatrale, non esaminando le sue molteplici possibilità rilevanti sul piano formativo e culturale. Ci sono altri frutti meritori quali l’abitudine alla fedeltà agli appuntamenti, l’impegno a concretizzare la complementarietà nei ruoli della recitazione, l’acquisizione di un rigore mnemonico necessario per il rispetto filologico del testo, lo sviluppo di potenzialità individuale (prodursi il pubblico, curare la dizione, diventare qualcun altro, interpretando un personaggio); e ancora il piacere di lavorare con i propri compagni, lo sviluppo e il potenziamento di competenze trasversali, anche non contemplate dalla normale attività curriculare (musica, danza, gestualità, ortoepia, manualità), la possibilità di temprare il carattere in prospettiva di autostima. Nell’interazione tra giovani e adulti, insomma, l’allestimento di una rappresentazione coinvolge abilità, sensibilità, creatività diverse pretese al conseguimento dell’obiettivo finale: la messinscena. E’, da questo punto di vista, una grande scuola di vita. Gli studenti sono condotti a mettersi in gioco in prima persona nella soluzione dei problemi più disparati e mettono in gioco idee, proposte, ipotesi di soluzione, risultati, fallimenti, necessità di alternative. Una macchina complessa di tentativi reiterati per un’attività di problem solving sul piano del fare. I giovani ripartecipano efficacemente e originalmente, secondo le loro attitudini e la loro disponibilità a esigere da se stessi rigore, precisione, disciplina. Un esercizio per niente trascurabile nella loro formazione e una prima responsabilizzazione nei confronti della collettività, una prima vincente risposta alle attese del mondo adulto, capace di consolidare l’autostima, la consapevolezza delle proprie possibilità. E così ogni anno numerosi studenti del Cagnazzi, ma anche di tante altre scuole dedicano passione e impegno alla comprensione, alla traduzione, all’approfondimento del dramma scelto e profondono tutte le loro energie per renderlo comprensibile ai compagni e all’intera cittadinanza, al cui giudizio si sottopongono con l’ovvie ombre, ma con la fiducia nelle bontà del lungo lavoro svolto sotto la guida di insegnanti, registi e quanti ne accompagnano il percorso. Un lavoro faticoso ed esigente che richiede l’investimento di un tempo destinabile certo a più leggere e frivole occupazioni. A fine anno, però, nessuno degli studenti ha rimpianto di averlo donato al teatro. Ne possono essere taciute la lungimiranza della scuola che dà ai suoi studenti il privilegio di impegnarsi nell’esaltante compito di tradurre ed adattare i testi per la scena. Una tradizione, come comprende chiunque sappia di filosofia, costituisce il fondamento di ogni seria interpretazione del testo e il punto di partenza per qualsiasi seria attività esecutiva da proporre ai docenti. E per questo un laboratorio teatrale è esempio di una scuola che sa “fare cultura” e proporla alla città, alla quale fornisce anche l’occasione di spettacoli di alta valenza culturale in cui le radici della civiltà europea sono riportate all’attenzione della polis, insieme ai grandi interrogativi sulla libertà, la giustizia, l’umano agire nel mondo in rapporto ad un divino ora presente, ora lontano ed incomprensibile. E tutto questo è buono e giusto.